IGF-1 e Fattori di Crescita

Diana, per gli antichi romani, era il  nome della dea che protegge le donne, la maternità e l’allattamento. Da tale ispirazione nasce il nome del progetto, tutt’ora in corso, realizzati all’Istituto dei Tumori di Milano, sotto la guida del prof. Franco Berrino, che si prefiggono lo scopo di valutare l’impatto di strategie alimentari sulle recidive di cancro al seno. Il nome deriva da DIeta e ANdrogeni, perché, i primi studi DIANA, avevano come scopo principale quello di abbassare nel sangue la concentrazione degli ormoni sessuali maschili (gli androgeni), che più di altri favoriscono lo sviluppo dei tumori della mammella e delle metastasi, modificando la dieta.
La dieta si basa sulla riduzione degli zuccheri semplici, dei grassi e dei prodotti di origine animale, e sull’aumento dei cereali non raffinati, dei legumi e delle verdure. I risultati sono stati e sono estremamente significativi.

Quale che sia il tipo di neoplasia (salvo forse alcune eccezioni), dovuta ad una mutazione ereditaria, acquisita o sopravvenuta, essa parte da un danno al DNA, o ad uno dei meccanismi di controllo, che possono interessare Oncogeni o geni oncosoppressori. Qualunque cellula somatica può perdere il differenziamento se accumula un numero sufficiente di danni non riparati, potendo interessare virtualmente ogni organo. Il cancro dunque è sicuramente una malattia sistemica, e come tale dovrebbe essere trattata.
Fenomeni correlati al danno genetico, sono la proliferazione cellulare nonchè la migrazione a distanza (metastasi), strettamente legati ad ormoni o sostanze ormono-simili, come, l’insulina e i fattori di crescita (IGF-1) e gli ormoni sessuali. Se una cellula mutata non riceve alcuno stimolo per la crescita e proliferazione, prima o poi morirà o sarà distrutta; se invece viene a trovarsi in un terreno fertile, essa si moltiplicherà indiscriminatamente, dando vita prima o poi alla massa neoplastica propriamente detta.

Un alimento come il latte ad esempio, riesce a far moltiplicare il peso di un vitello in pochi mesi, a causa dell’impatto che gli alti contenuti di lattosio e di caseine hanno sull’insulina e i fattori di crescita. Lo stesso dicesi per la carne rossa e le proteine animali in generale.

Tuttavia è sbagliato e riduttivo pensare che l’alimentazione nel malato oncologico sia semplicemente una dieta fatta di privazione ed esclusione di alcuni alimenti

Latte e carne rossa infatti potrebbero essere utilizzati nel momento in cui si potrebbe aver bisogno di stimolare l’ipertrofia. E’ opportuno quindi che i protocolli di alimentazione e integrazione per la patologia oncologica siano gestiti da un team altamente qualificato e formato, coordinato dall’oncologo di riferimento, che comprenda necessariamente la figura di un nutrizionista specialista in Scienze dell’Alimentazione (sia esso medico o biologo) con competenze specifiche in nutraceutica.